QUANDO RANDOM DIVENTA RATIO
Rigore costruttivo, sintesi cromatica e strutturale, fantasia, sono gli elementi che caratterizzano l’opera di Mauro Graziani. L’artista adotta una tecnica particolare che si situa in un punto intermedio tra pittura e arte musiva. Le immagini che costruisce infatti risultano dalla combinazione di tessere cartacee di vario tipo, raccordate e quasi plasticamente modellate tramite l’uso dei colori ad olio, acrilici, ad acquerello o guache. L’azione combinatoria si svolge in due momenti / movimenti, non necessariamente legati da una sequenza cronologica: assemblaggio e architettura possono essere simultanei, precedere o seguire l’intervento del colore. Il risultato non è un quadro nel senso tradizionale del termine, così come l’azione non è unicamente quella del dipingere. Prevale l’aspetto costruttivo, quasi si trattasse di edificare un’area. Mentre in un quadro abbiamo solitamente uno sfondo su cui si accampa un’immagine, suo tema principale e punto focale, in questi spazi edificati lo sfondo è esso stesso parte della costruzione, elemento architettonico. E’ quanto accade nella pitttura cubista in cui figure e sfondo sono tutt’uno e il fattore prospettico risulta quasi inesistente. E’ interessante a questo proposito ricordare un pensiero di Calvesi relativo a Rauschenberg: “…il mondo stesso è una grande pittura, un succedersi, un concatenarsi di pitture. L’atto stesso di mettere in rapporto, di combinare, costituisce l’artisticità”.
Filiberto Menna ribadisce il concetto nel suo libro ‘Profezia di una società estetica’: “Lo spazio si dà insieme al gesto del pittore, non è un involucro pre-esistente che inquadra immagini, cose ed eventi, ma è esso stesso uno spazio-evento che crea una dimensione densa, unitaria, compatta”.
Nei lavori di Mauro Graziani le varie esperienze visive si proiettano l’una accanto all’altra sul piano della memoria come sullo specchio d’un lago tranquillo. Su quella superficie si delineano variopinti paesaggi pieni di vitalità ed esuberanza, quasi icone del nostro rammemorare infantile per la gioiosità delle tinte, l’inventività, l’accostamento audace dei colori puri. Prevalgono i toni di rosso acceso, ocra, oltremare, siena, luminosi spazi bianchi e nette profilature scure.
Matisse, nel suo testo ‘De la Couleur’, sosteneva che “i quadri richiedono dei bei blu, bei rossi, bei gialli, materie che smuovono il fondo sensuale dell’uomo”.
Matisse fu un artista che ha disegnato a lungo con le forbici trovando nel papier découpé una soluzione al problema del rapporto disegno-colore-pittura: “Il papier découpé – diceva – mi permette di disegnare nel colore. Invece di disegnare il contenuto e porvi poi il colore (l’uno modificando l’altro), disegno direttamente nel colore, tanto più misurato quanto meno trasposto. Questa semplificazione garantisce un incontro preciso tra due strumenti che sono ormai una cosa sola”.
“Una cosa sola” – questa è infatti l’impressione che riceviamo guardando l’opera di Mauro Graziani, dove realtà scisse dal contesto originario: tali sono, ad esempio, i ritagli di un giornale, una scatola di fiammiferi, la copertina d’un libro, vengono ri-presentate e fatte coincidere con una realtà rappresentata, che forma l’immagine definitiva: un paesaggio urbano per esempio, o marino, una natura morta, una campagna. Questo effetto di doppia percezione che converge e si riduce in una non può che provenire dal Collage. Braque usò questa tecnica per la prima volta nel 1912 ma, se il sistema non è nuovo, sempre nuove ne sono le applicazioni. Come già accennato, quello che colpisce in Mauro è il fitto tessuto intertestuale e il modo come dal micro si giunge al macrotesto con assoluta armonia formale, con un criterio di ‘necessità’. I vari frammenti sono un po’ come le parole di un discorso immaginativo che compongono le sue magiche tavole/favole fauves. Ci sembra di assistere a una metamorfosi in atto, se la definizione non fosse tautologica. Pensiamo per esempio alla Dafne berniniana, modellata nel momento del trapasso da ninfa a pianta, con quel suo braccio proteso già trasformato in ramo d’alloro. L’associazione è sorta anche per un altro motivo, per la qualità architettonica e quasi plastica dell’arte di Mauro che è anche un meraviglioso scultore.
La grazia e l’eleganza di alcune sue statuette richiamano alla mente il titolo del bel volume d’arte di Ruggero Pierantoni, ‘Forma Fluens’. Una contraddizione in termini, ma è proprio da questa coincidentia oppositorum che scaturisce il dinamismo dell’opera d’arte, la tensione che le conferisce vitalità.
Se dovessi stabilire analogie nel campo di altre arti, avvicinerei l’opera di Mauro all’Hot Jazz, coi suoi ritmi ‘stracciati’, definiti infatti col termine ragtime, e alla poesia modernista, connotata dal citazionismo e dall’uso di frasi interrotte. “Con questi frammenti – scriveva T.S. Eliot in La Terra Desolata - ho puntellato le mie rovine”.
Lo spirito con cui Mauro combina i suoi frammenti è, però, del tutto diverso. E’ vero che il nostro tempo è connotato da realtà frammentarie, unità irrelate,dal bit, dal microchip, dal videoclip, ma trovo emblematico che l’eterogeneo, l’accidentale, l’incongruo, siano utilizzati come strumento per tessere la trama e l’ordito d’un discorso significativo, e non solo esteticamente.
Nell’opera di Mauro leggiamo un ordine superiore, dettato dall’uso coerente dei materiali, dalla sintesi cromatico-volumetrica, dalla sequenza delle linee verticali e dal ritmo dei rapporti interni.
Ecco un caso in cui Random diventa Ratio, e questa realizzazione ci comunica un sentimento forte.
“La geometria può diventare sentimento” affermava Osvaldo Licini. Sicuramente Mauro ce ne dà una conferma.
Ada Donati








