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LA CRITICA DI NICOLA MONTANARI

La prima volta che ho avuto l’occasione di rimirare i bronzetti di Graziani, fu come srotolare da destra a sinistra un lungo negativo fotografico e ammirare le varie sequenze di una ballerina nelle sue movenze più tipiche: dal reverente inchino al pubblico plaudente, al suo contenere con le mani il tutu inamidato o all’accompagnare dolce della mano lo sguardo lontano. Anche in altre figure per lo più femminili, il denominatore comune è la grazia, la bellezza, la cura del minimo dettaglio, ma non perché il ruolo dell’indossatrice o della vezzosa Damina semplicemente lo richieda, ma perché è nel modo di eseguire di Graziano in tutte le fasi lunghe e laboriose dall’ideazione alla realizzazione manuale. Allora quando allunghi la mano per afferrare il bronzo all’occhio scuro e pesante, la cautela è d’ordine e al tatto perde la sua gravosità. Le dita lo avvolgono con un senso di piacere quasi sensuale, voluttuoso, e affonda nel cavo della mano come rannicchiandosi e ti scordi che è metallo con tutte le fredde accezioni. Improvvisamente ti pare di scorgere nel corpo nudo il rosato della pelle liscia, nel volto semiserio il vellutato della guancia e anche il tutu si tinge di rosa, e gli abiti prendono colore, e le più o meno casuali sfumature del fegato di zolfo o del sale d’ammonio accendono nella fantasia le tinte più fantasiose e suggestive. Il semplice ‘oggetto’, precipua caratteristica della scultura, viene sostituito dal corpo stesso dell’essere rappresentato e quindi diviene ‘decorazione d’oggetto’. E’ una dimensione nuova, e anche una sensazione nuova, che il quadro anche se per sua natura decorato non può darti perché è lì appeso al muro, perché non puoi rigirarlo fra le mani, perché non è a tutto tondo. Allora l’ approccio si fa amichevole, confidenziale, lo vesti e lo svesti dei tuoi colori, un collage dei tuoi ricordi consci e inconsci. E’ un po’ come una vestizione dell’ oggettivo bruno foncé con le tue personali rievocazioni cromatiche. Se è vero che la scultura si fa penetrare da ogni lato è altrettanto vero che questo è per il fruitore della medesima un’esigenza. Mi sovvengono le imponenti strutture di Valeriano Trebbiani, in cui questo scambio e questa esigenza di fruizione è facilitata della trovata meccanica di motori e riduttori che ti propongono, appunto, nel suo girare tutti i lati dell’opera. Le figure esili e slanciate, dai colli gentili, e il nasino all’insù le rendono accattivanti, quasi birichine, e l’osservatore anche il più avveduto non si ricorda più dell’opaco modello in creta, del calco in morbida gomma, della cera ribelle inglobata in un grosso e goffo involucro di terra refrattaria e fatta miseramente colare a terra una volta scaldata nel forno. Molto probabilmente non ricorda neanche più la successiva fase di lavorazione allorquando sulla citata forma estratta dal forno con estrema cautela e interrata, viene finalmente eseguita l’operazione finale la più spettacolare ed emozionante: la colata. Ogni volta che la rivedo è come se una porzione minuscola dell’enorme massa solare si staccasse per precipitare nell’imboccatura del getto e mentre cade illumina il volto e gli occhi degli astanti come tanti bambini che puntano fissi fissi le dita del prestigiatore convinti che da lì e solo da lì scaturisca la magia. E poi il crogiolo si alza si piega e il fulgido liquido incandescente si versa, schizza, salta, come mercurio giallognolo fino alla saturazione dell’imboccatura, poi lentamente diviene inespressivo, perde quasi la sua dimensione solare, all’ intorno ci si guarda tutti con un muto sguardo d’interrogazione: come sarà venuto?’. Ma l’ansia è talmente forte che solo dopo pochi minuti ci si da da fare per estrarre la forma interrata e colpirla dolcemente col martello spogliarla del goffo involucro refrattario bisbigliare: sì, sì, no ... sì, è venuta! E' VENUTA! Eccola, si vede, si vede! Ma cosa si vede? Un paonazzo neonato ricoperto d’impurità e cordoni ombelicali a non finire! Bisogna attendere che si freddi completamente per liberare questa nuova creatura con frullini, troncatrici, mole d’ogni genere da tutte le impurità, i getti per poi lucidarla, brunirla, patinarla e poi lucidarla ancora e finalmente accarezzarla dolcemente con la mano e lo sguardo soddisfatto. E’ andata bene, ma perché dopo tutto questo lavoro, dopo tanta ansia, tante attenzioni, poteva anche non andar bene? e sì, è proprio così e senza tante ragioni logiche. Ma quando lo hai fra le mani è proprio come la mamma colo suo piccolo: solo lei, ma senza perdere il sorriso in bocca, ripensa ai lunghi mesi di gravidanza, alla paziente gestazione ai dolori acuti del parto, mentre gli altri baciano e abbracciano il piccolo come se nulla fosse stato. E proprio vero, mentre il marmo, il legno e gli altri materiali li mordi a poco a poco con martello e scalpello, e ti si schiudono dinanzi agli occhi, il bronzo te lo vedi finito come figlio di una magia, che ti fa dimenticare il lungo cammino percorso, le ansie provate e qualche ben giustificato timore.

Nicola Montanari

 

Frammenti di Forme

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Alcune testimonianze

Fabio Sturani Sindaco del Comune di Ancona.
Paolo Pascucci Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Ancona.
Renato Maceratesi Presidente DLF Ancona.
Adelio Pistelli Giornalista de Il Resto del Carlino.

Commenti e Domande

Galleristi o Privati che desiderano maggiori informazioni sui lavori di Mauro Graziani sono invitati a prendere contatto con:

Fonderia Il Gabbiano di Mazzanti Paola
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